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Il calabrone asiatico e i partigiani liguri

 

La Liguria è terra di confini e contraddizioni. Non solo lembo di terra stretto tra mare e montagna, dolci coste e aspre rocce, oggi la Liguria è nota, soprattutto tra gli apicoltori, per una battaglia che si sta combattendo sul suo confine occidentale dove, dalla Francia, da qualche anno è penetrato un temibile invasore. Un calabrone, di origine asiatica. Nome scientifico: Vespa velutina. Segni particolari: fa strage di api. Dall’inizio dell’estate fino a settembre inoltrato, le sue operaie si posizionano davanti agli alveari e catturano le api in volo, portandole al nido per nutrire le loro larve. I nidi di questa vespa sono costruzioni impressionanti per chi non le ha mai viste prima: robuste sfere di cellulosa impermeabilizzata, resistenti a qualsiasi intemperia, possono raggiungere oltre un metro di diametro. Vengono costruiti pressoché in ogni luogo, sia quelli riparati e inaccessibili – serre e capanni abbandonati, muri di case, barche sulla spiaggia - ma anche, e preferibilmente, quelli esposti ma irraggiungibili, come pali e cime degli alberi, ad altezze anche di 20-30 metri. E questi enormi condomini possono ospitare diverse migliaia di calabroni l’anno, le cui larve hanno bisogno, per svilupparsi, di proteine fresche.

In una sola stagione un nido di calabroni queste dimensioni è in grado di divorare tante api quante ce ne sono in un intero alveare. Per ogni nuovo nido di calabrone che si stabilisce in un territorio, un’arnia di api potrebbe sparire. Ma c’è di più: quando la pressione predatoria diventa molto intensa, le api bottinatrici smettono completamente di uscire dall’arnia, di volare sui fiori a raccogliere nettare e polline per la covata, condannando loro stesse a una mortale reclusione, e noi a essere privati della loro preziosa azione impollinatrice.

In Francia, dove è arrivato nel 2005 e oggi è diffuso in quasi tutto il territorio nazionale, il calabrone asiatico ha già messo in ginocchio l’apicoltura. Nel ponente ligure, dove il primo nido è stato trovato nel 2013, a un solo anno di distanza gli apicoltori sono già disperati. A rischio però non sono solo le api; è vero che il calabrone le preferisce a qualsiasi altra preda, ma al bisogno si nutre pressoché di tutto; mosche, farfalle, ragni, ma anche api selvatiche, sociali come i bombi o solitarie come le osmie, altri insetti di grande utilità per l’impollinazione delle colture e della flora spontanea.

Purtroppo in Liguria il calabrone asiatico ha trovato un paradiso per le vacanze: clima temperato ma mite tutto l’anno; abbondanza di alberi e boschi, dove costruire i nidi; alveari pieni di api, ma anche molti sciami di api selvatiche – rari quasi ovunque ma molto diffusi in questa terra - dove rifornirsi di cibo a volontà. E con questa calorosa accoglienza, tipica d’altronde del nostro bel paese, stiamo certi che il calabrone asiatico è venuto per restare, anzi, per diffondersi rapidamente in tutte le nostre regioni, che non hanno meno da offrire in termini di territorio accogliente e self-service alimentare.

Per fortuna, però, in Liguria il calabrone asiatico ha trovato anche qualcuno che non è affatto favorevole alla sua libera avanzata: due tenaci partigiani, apicoltori di professione, naturalisti per passione, pronti a opporsi all’invasore con tutte le loro forze, ma anche con l’ingegno. Uno è Fabrizio, apicoltore, muratore, fabbro, costruttore pressoché di ogni cosa; parlantina sciolta e cuore grande, corre instancabile su e giù per le montagne con il suo furgoncino giallo pieno di ogni possibile invenzione, con la musica di De André nelle orecchie e un’idea fissa nella mente: liberarsi della Vespa velutina e salvare le sue, e le nostre, api. L’altro è Nuccio, apicoltore di vecchia data e d’altri tempi, silenzioso e acuto ascoltatore, maestro di tanti giovani apicoltori del luogo; tuta da lavoro sempre indosso e sigaro che pende dalle labbra, è tanto esperto e saggio nel maneggiare gli alveari, quanto moderno e sorprendente nell’usare le nuove tecnologie. Attorno a loro, un pugno di fedeli, tutti volontari, apicoltori o aspiranti tali, agricoltori o semplici cittadini, ma come loro entusiasti e determinati. Con queste poche forze ed esigui strumenti, ma con tanta voglia di fare la loro parte, questo valoroso manipolo si batte contro la Vespa velutina da più di un anno, sin dal momento del suo arrivo in Italia.

Se qualcuno pensasse a loro come arditi ma sprovveduti combattenti, andrebbe molto lontano dalla realtà. Perché sono invece molto ben organizzati, informati e preparati. Da subito, con la loro associazione, Apiliguria, hanno preso contatto con gli apicoltori e le autorità francesi, per conoscere le loro esperienze e imparare dai loro errori. Hanno organizzato incontri con altri apicoltori e con la cittadinanza per metterli a conoscenza del problema, che oggi è perlopiù apistico, ma domani, con l’aumento di densità di nidi sul territorio, potrebbe diventare di salute pubblica.




Collaborano con i ricercatori del DISAFA dell’Università di Torino per monitorare la presenza del calabrone nella regione e hanno sensibilizzato gli amministratori pubblici e i politici, riuscendo ad ottenere, infine, dopo un anno e oltre di autotassazione, un contributo alla loro attività da parte dell’Assessorato all’Agricoltura della regione Liguria. Hanno predisposto un protocollo di distruzione dei nidi, mutuato dall’esperienza francese, e si sono dotati del materiale necessario: aste di metallo cave e leggere, lunghe fino a 20 metri, con cui raggiungono i nidi posti più in alto e li distruggono. Collaborando con i vigili del fuoco, hanno messo in piedi una rete per la raccolta delle segnalazioni di nidi da parte della cittadinanza, a cui rispondono personalmente, recandosi sul posto e distruggendoli; organizzano infine corsi di formazione per altri apicoltori e volontari, (NELLA FOTO) perché imparino come distruggere i nidi e si uniscano a loro nella lotta al calabrone.

Ma solo quando possono farlo, perché questo non è il loro mestiere e per di più non è pagato; mentre loro corrono in lungo e in largo a distruggere i nidi, sottraggono tempo alla cura delle loro api, già stremate da mesi di assedio da patte della Vespa velutina. Per avere un’idea dell’effetto del calabrone sugli alveari colpiti, guardate questo video e questo in cui Fabrizio assiste impotente all’assedio delle sue api.



Ancora adesso Fabrizio e Nuccio li puoi trovare in giro a distruggere gli ultimi nidi della stagione (NELLA FOTO), sempre agguerriti, ma con una triste consapevolezza in fondo al cuore: che forse tutto questo potrebbe essere inutile. Perché i nidi nella zona del ponente ligure sono ormai troppi, per uno che ne distruggi, altri dieci ti sono sfuggiti. E poi alla fine dell’autunno è ormai troppo tardi, molte delle nuove regine hanno già lasciato i nidi, si stima che possano uscirne fino a 300 da ogni nido, e che almeno un 10% di queste, dopo aver trascorso l’inverno in qualche luogo riparato, solitamente cavità nel legno o nel terreno, saranno pronte la prossima primavera a fondare una nuova famiglia. Quest’anno i nidi trovati in Liguria sono stati 70 e più della metà sono stati distrutti da Fabrizio e Nuccio, ma chissà quanti altri ce ne sono che non sono stati visti; l’anno prossimo si pensa che solo in questa zona potrebbero essercene a migliaia.

E chissà, forse qualcuna di queste regine “dormienti” avrà già preso la sua strada verso una nuova destinazione, a bordo di un carico di legna o di terra, diretto in qualche altra regione italiana. Verso un nuovo territorio da colonizzare, privo di predatori naturali, ricco di api da predare e di luoghi per nidificare. Possiamo solo sperare che anche lì il calabrone trovi ad aspettarlo altrettanto validi combattenti, magari un gruppo di apicoltori volenterosi, o di cittadini che hanno a cuore la salvaguardia delle api e della natura, disposti a imparare dall’esperienza ligure. Ma anche che le autorità locali di tutte le regioni italiane e quelle nazionali si rendano conto del problema e decidano di sostenere, così come è avvenuto in Liguria, l’azione di questi intrepidi partigiani dell’apicoltura.

Laura Bortolotti

 

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11/12/2014

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